di Rocco Femia
Abbiamo già letto centinaia di articoli su Francesco Guccini. Abbiamo riascoltato le sue canzoni, ricordato il poeta, il cantautore, l’intellettuale libero, l’autore di Dio è morto, de La locomotiva, di Cyrano. Tutto giusto. Tutto doveroso. Eppure continuo ad avere l’impressione che una delle pagine più significative della sua vita sia rimasta quasi del tutto nell’ombra. Non perché cambi il giudizio su Guccini. Anzi. Perché, a mio avviso, ci restituisce un uomo ancora più libero, più complesso e, soprattutto, più attuale.
Guccini si è sempre dichiarato agnostico. E tale è rimasto fino alla fine.
Ma essere agnostici non significa necessariamente rifiutare la dimensione spirituale. Significa riconoscere che esistono domande alle quali nessun uomo può pretendere di rispondere con assoluta certezza. È una posizione diversa dall’ateismo. Ed è forse anche una forma di rispetto per il mistero.
C’è un aspetto della sua biografia che quasi nessuno ha ricordato.
La famiglia di sua madre, Esther Prandi, fu tra le prime in Emilia ad aderire al Movimento dei Focolari, un movimento cattolico nato nel cuore della Chiesa ma fondato sull’idea del dialogo con ogni uomo, qualunque fosse la sua fede, la sua cultura o le sue convinzioni. Lo zio Pippo Prandi e la moglie Ada furono protagonisti di quella stagione. Fu proprio lo zio Pippo a offrire al giovane Francesco, nel 1967, la possibilità di tenere uno dei suoi primi concerti a Loppiano, una delle cittadelle internazionali del Movimento dei Focolari. Negli anni successivi arrivò anche la collaborazione con il Gen Rosso, contribuendo ad alcuni arrangiamenti dell’album Lavori in corso.
No, non significa che Guccini fosse dei Focolari.
E sarebbe persino offensivo nei suoi confronti volerlo lasciare intendere oggi. Significa qualcosa di infinitamente più importante.
Significa che un uomo che si diceva agnostico non ebbe mai paura di confrontarsi con un’esperienza cristiana. E che un movimento profondamente cattolico non ebbe mai paura di accogliere, ascoltare e stimare un artista che non condivideva la sua fede.
È questo il punto.
Non il dialogo come parola da convegno. Il dialogo vissuto.
Qualche anno fa ebbi occasione di ricordare a Guccini questa pagina della sua vita, durante un breve incontro a Bologna. Non soltanto la ricordava perfettamente. Ne parlava con rispetto e perfino con una forma di riconoscenza. Come si ricordano gli incontri che, pur senza cambiare la direzione della propria vita, contribuiscono a darle profondità.
Anch’io ho vissuto una stagione importante all’interno del Movimento dei Focolari. Oggi il mio cammino è diverso, ma continuo a considerarlo una delle più straordinarie scuole di dialogo che abbia conosciuto. Forse è anche per questo che quel ricordo condiviso con Guccini mi colpì così profondamente.
Viviamo in un tempo che pretende continuamente di scegliere tra appartenenza e dialogo. Come se parlare con chi è diverso significasse tradire ciò che siamo. Guccini ci lascia anche una lezione meno conosciuta, ma forse tra le più preziose. Si può restare profondamente fedeli alle proprie convinzioni senza trasformarle in un muro. Si può dialogare senza rinunciare alla propria identità. Si può perfino condividere un tratto di strada senza avere bisogno di arrivare nello stesso luogo.
Forse è proprio questa la parte di Francesco Guccini che oggi merita di essere raccontata. Non perché sia la meno nota. Ma perché è quella di cui, in un’Italia sempre più divisa in tifoserie incapaci di ascoltarsi, abbiamo più bisogno.
Con profonda gratitudine per l'affetto e il legame sincero che hai sempre rivolto al Gen Rosso.
C'è bisogno di silenzio
C'è bisogno di ascoltare
C'è bisogno di un motore
Che sia in grado di volare ...
GRAZIE !